Immagino le sue mani stese sul lenzuolo. Il corpo di mia madre appesantito dagli anni che fa una conca nel materasso, al suo fianco. Immagino che a un certo punto lei gli prende la mano - non è mai stata brava ad abbracciare, e nemmeno a guardare negli occhi. Ma si conoscono da 50 anni e lui lo sa com’è che funziona (il libretto di istruzioni non è stato aggiornato, ma le prime istruzioni quelle valgono sempre). Immagino le loro conversazioni a voce bassa, anche se non c’è nessun altro in casa oltre a loro. Le cose davvero tristi non si urlano, non si dicono, al massimo si sussurrano (se le diciamo ad alta voce poi magari si avverano). Oggi G. me l’ha detto ad alta voce, annodandosi la cravatta con tutte e due le mani, senza guardare come un funambolo: “Questa volta mi sa che.”. Non saranno le nostre parole a farlo succedere, non saranno i nostri sussurri a scacciare via il male che gli cresce dentro. Però forse se lo diciamo ad alta voce poi è una cosa che esiste lì davanti a noi, e possiamo prenderla a calci. L’altro giorno dovevo scrivere il bigliettino, allora mi è venuta in mente questa ragazza che si sveglia e scopre che durante la notte la sua stanza si è riempita di palloni gonfiabili, di grandezze diverse, sono ovunque, la circondano come un esercito. Allora lei inizia a prenderli a calci, calpestarli, colpirli a pugni. Poi crolla sul parquet, esausta, e la sua stanza è un deserto di dolore schiacciato via. Finché non lo vedi coi tuoi occhi il male è muto. Però poi ho cancellato tutto e ho pensato: la gente ha bisogno di leggere cose belle. Allora ho scritto la mia idea dell’amore ed è stato come mettere un messaggio nella bottiglia, come dire dopo l’amore c’è la morte, dopo la morte ci può essere ancora amore. E così all’infinito. La gente ha bisogno di sperare. Io ho bisogno di dire l’amore ad alta voce, dopo aver preso a calci la morte.

2 note / Permalink