Those dancing days

La incontrò che suonava la chitarra con le ciglia, il piano saltellando sulle scale. La incontrò che i suoi boccoli tintinnavano come campanelli al vento, e le sue labbra fiorivano big babol.
Si sedettero con le cosce a contatto, quasi a volersi dire è tutto vero, sì. Le mani ordinate parallele alle posate, la frangia del vestito stirata sulle ginocchia. Bevvero a piccoli sorsi, il the bruciante sulle pupille, parlarono di suoni soffici. Sediamoci su tutte le sedie del caffè a turno, a ogni tavolo siamo una coppia diversa, di un’altra epoca, con altri nomi. Al tavolo accanto alla finestra posso essere nata negli anni 70 e nascondere fiori fra i capelli, al tavolo davanti al bancone tu potrai indossare cilindro e guanti di pelle e porgermi i sali quando svengo.
Si alzarono e pagarono in fretta, come per recuperare il tempo perso. Ripercorrevano 5 anni a ogni passo, tornavano bambini e poi di nuovo adulti, dalle bambole al mutuo, saltellavano da un marciapiede all’altro. I polpacci di lei, tesi sulle punte, davanti al portone, come immaginava a 15 anni. Si ritrovò a spiarla aprire il cancello, infilò la mano in tasca, si aggrappò al fazzoletto per non cadere.
L’aveva incontrata che quasi faceva primavera, allergie di pollini e soli tiepidi da raccogliere sulle panchine. L’aveva incontrata che leggeva D’Annunzio, le labbra quasi contratte nello sforzo di ritenere, sempre, tutto.

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