Te la ricordi la sensazione dell’erba sotto i piedi. Quando d’inverno non senti altro che suola e calzini e legno di parquet. D’inverno, ti dimentichi quel verde un po’ appiccicoso, i fili che tracciano ragnatele a breve durata. D’inverno, i piedi nudi sono un atto di ribellione. Te lo ricordi com’è stare in piedi fermi, con gli occhi chiusi, le piante che premono sul terreno, il vento che fa ballare i capelli. Immobile le tue orecchie antenne sulle cicale, le stelle sopra di te che le senti ma non le vedi, quasi gracidassero anche loro, grilli nel cielo. I tuoi piedi così abbarbicati alla terra da sentirti inchiodata, non puoi muovere più un muscolo. Radici tese verso le tane sottoterra, l’acqua, la linfa, il fuoco, i vermi, le talpe. Te lo ricordi com’era concentrarti così tanto sul tuo corpo da sentire la forza dei peli spinti a drizzarsi sotto le carezze della brezza, quasi zolle di terreno spostate da un terremoto, sbalzare su la tua pelle, nuovi corrugamenti spuntare. La tua pelle come corteccia d’albero, indurita dal sole, idratata dalla pioggia, scurita dagli anni come il volto di un anziano. Te lo ricordi com’era sentire i capelli levitare, uno a uno, tesi verso ogni punto cardinale, in una danza di geometrie impazzite. I tuoi capelli come rami che porgono le mani al cielo. I tuoi capelli che ti solleticano le spalle, risuonano come tuoni ad ogni spostamento d’aria.
Piantare i piedi: si dice proprio così.
Terremoti di millimetri, tempeste di microdecibel.
7 note / Permalink